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Gli ebrei di Taormina
dalle origini al XV secolo
La presenza di ebrei
in Sicilia è stata documentata, da parte degli
storiografi e degli eruditi, già a partire dal periodo
repubblicano.
Cicerone scrive di
ebrei presenti in Sicilia e Filone alessandrino,
sostiene che molti ebrei si trasferirono nelle isole del
Mediterraneo, a seguito dell’espandersi dell’impero
romano e con l’aumento del numero delle sue province.
Tale fenomeno si registrò, in particolare, quando
Gerusalemme cadde in mano a Roma, alla fine degli anni
cinquanta prima di Cristo; in questo periodo, ci fu un
forte flusso migratorio di ebrei, all’interno dell’area
del bacino del Mediterraneo.
Inoltre, il Di
Giovanni riporta la notizia che un nuovo incremento del
numero di ebrei nelle province romane, avvenne dopo la
distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d. C. I
primi secoli del Cristianesimo, videro quindi un
ulteriore accrescimento della presenza di ebrei in
Sicilia. Molti di questi, giunsero nelle città costiere
sulle navi da carico romane e in condizioni di
prigionia, e furono impiegati nelle attività ludiche e
nei giochi circensi dei teatri siciliani di Palermo,
Siracusa, Catania, Taormina e delle altre città isolane,
poste sotto il controllo della Roma imperiale. Mentre
altri, una volta fatti prigionieri, andarono schiavi al
servizio di padroni romani, rendendo i loro servigi alle
famiglie abbienti.
Accanto a questi,
però, molti altri giunsero in Sicilia in maniera
autonoma, pagando il viaggio generosamente. In effetti,
diversi gruppi di ebrei dopo la distruzione del Tempio,
fuggirono in Egitto e qui si stanziarono; sino a che in
un secondo momento, presa la decisione di spostarsi
nuovamente, andarono in Sicilia, incoraggiati dall’uso
di una lingua ad essi nota. La zona costiera della
Sicilia ionica, infatti, pur essendo sotto il potere
romano, continuò a mantenere integre le tradizioni
linguistiche del periodo greco. A Taormina e nelle zone
vicine si parlò il greco dorico, sin dopo la conquista
da parte degli Arabi. E la lingua greca era già
saldamente radicata nel territorio quando, intorno al IV
secolo, venne dato l’avvio alla cristianizzazione della
cittadina. Perciò, la possibilità per gli ebrei di poter
continuare a parlare la loro lingua, dato che anche in
Egitto era in uso il greco, fece sì che per i nuovi
venuti ci fossero maggiori opportunità d’integrazione
con il resto della popolazione.
Il mattone
fittile di Taormina
Alla stessa epoca, e
precisamente al periodo compreso tra il IV e il V secolo
d. C., risale una fonte di tipo archeologico che
testimonia della presenza di giudei a Taormina. Si
tratta di un mattone fittile ritrovato all’interno dell’antiquarium
del Teatro Antico della città.
La storia degli ebrei
di Taormina dunque va letta, tenendo presente che qui,
così come in altri centri della Sicilia, il processo di
cristianizzazione era già pienamente in atto, mentre
l’Impero di Roma imperiale si avviava al declino,
frammentando ancor di più i suoi territori, già colpiti
dal passaggio degli eserciti barbari. Anche la leggenda
fiorita attorno a Pancrazio (Patrono della Città), che
giunto a Taormina abbatté gli idoli pagani e lottò
contro l’eresia degli ebrei, è una dimostrazione
dell’azione di evangelizzazione condotta dalla nuova
religione. San Pancrazio, uno dei primi vescovi della
Sicilia, è il simbolo dell’azione del Cristianesimo
nell’isola contro la popolazione dedita al paganesimo e
contro gli ebrei, anch’essi presenti sul territorio e
accusati di deicidio. Del resto, non è strano che città
costiere, quali Palermo, Siracusa, Catania, e Taormina,
contemplassero comunità ebraiche al loro interno, poiché
l’eccellente posizione geografica dei siti, consentiva
gli affari e favoriva gli spostamenti all’interno dei
diversi centri siciliani, senza privarle della
possibilità di mantenere i contatti commerciali con gli
altri ebrei del mondo tardo-romano, in Egitto e in Nord
Africa.
Gli ebrei residenti a
Taormina oltre alla lingua, condivisero con la
popolazione del luogo altri usi, pur mantenendo
peculiarità proprie della cultura ebraica. La sepoltura
dei defunti fu uno di questi, con i cimiteri fuori le
mura della città, simili a quelli cristiani. Sebbene non
siano stati ritrovati resti archeologici di architettura
funeraria ebraica nella zona, di certo, gli arredi delle
tombe, si ispirarono alla tradizione religiosa ebraica.
Ciò perché esisteva un’iconografia comune al bacino del
Mediterraneo; uno dei simboli maggiormente rappresentati
era la Menorah, il candelabro a sette bracci che
rinviava alla tradizione del Tempio, e che è stato
inciso sul mattone fittile ritrovato al Teatro di
Taormina. Il medesimo simbolo è raffigurato anche sulle
lucerne e sulle pareti di complessi funerari, come
quelle scoperte nelle Grotte del Carciofo della Val Di
Noto dall’archeologo Paolo Orsi. Il mattone, perciò,
avrebbe potuto far parte di un arredo funebre, sebbene
non vi siano tracce dell’antico cimitero ebraico, né
siano state ritrovate informazioni sull’artefice del
manufatto. Il reperto è in argilla e su uno dei lati
principali, riporta incisa una Menorah stilizzata
(aggiunta dopo la cottura) dalla forma cruciforme, con
nove bracci anziché sette. La parte inferiore di questa
croce è mancante, poiché il mattone è rotto. Insieme
alla raffigurazione, nella parte superiore della croce,
è stata incisa un’iscrizione che si trova sul braccio
più lungo. Quest’iscrizione (anch’essa aggiunta dopo la
cottura del mattone) è in greco, e riporta una frase
celebrativa del sacro giorno del Sabato. Pertanto, anche
gli ebrei presenti a Taormina si esprimevano in greco,
mentre l’ebraico e il più antico aramaico, avevano una
funzione essenzialmente religiosa.
Taormina
bizantina e gli ebrei
Nel 535, sotto
Giustiniano, la Sicilia entrò a far parte dei territori
dell’impero bizantino, che sotto Costantino, aveva
consentito al Cristianesimo di ricevere il sigillo di
religione ufficiale. Anche la cultura e la lingua greca,
in questo periodo, ricevettero nuovo e vigoroso impulso.
I bizantini
governarono, designando un pretore (dipendente
direttamente da Costantinopoli) che si occupava
dell’attività amministrativa e della gestione delle
finanze. Nel IV secolo, ottenuto il consenso di
Costantino, furono istituiti i primi vescovati, e la
curia siciliana, sotto l’influenza della Chiesa di
Costantinopoli, adottò il rito greco invece che il rito
latino della Chiesa di Roma. Taormina, ebbe ruolo
strategico all’interno dello scacchiere isolano; tanto
che, nell’ultima fase dell’impero, ottenne il titolo di
capitale della Sicilia orientale e con la sua Chiesa,
godette di notevole prestigio.
La missione
evangelizzatrice del vescovo Pancrazio e dei suoi
successori, fu quindi essenziale per il radicamento
della nuova religione nella Città. Inoltre, la scelta
del martirio come via da seguire per tener viva la fede
in Cristo, unita al carisma del Santo, spinsero i
discepoli ad elaborare Una Vita di Pancrazio, che
servì a rafforzare il suo mito e avvicinò il popolo alle
nuove credenze religiose. Lo stesso Papa Gregorio Magno
fu testimone del fatto che il mito di Pancrazio, era già
diffuso nel secolo VI. Nella Vita, si legge delle
imprese condotte dal Santo contro gli adoratori persiani
del fuoco e contro gli idolatri pagani; ma si apprende
anche del severo giudizio, espresso contro gli ebrei. I
quali poiché si opposero al Cristianesimo e lo
rifiutarono come autentica e divina religione, vennero
detti “eretici”. La Vita del Santo è perciò una
fonte importante per testimoniare la presenza dei giudei
a Taormina.
L’istituzione dei
vescovati rafforzato l’esercizio del potere dei
rappresentanti della Chiesa siciliana sulle proprietà
fondiarie, permise loro di ricoprire una doppia funzione
religiosa e civile, che contemplava la risoluzione delle
questioni religiose, non escludendo i problemi di natura
giuridica e finanziaria; quali ad esempio: la presenza
all’elezione dei magistrati locali, il controllo delle
finanze e la tutela dell’ordine pubblico. Su questi
latifondi, viveva un gran numero di ebrei (ebraismo
rurale) e quando emergevano problemi, che erano in
conflitto sia con le regole imposte dalle autorità, sia
con quelle regolatrici della vita della comunità
cristiana, era necessario introdurre nuovi principi, per
giustificare la loro presenza; dato che gli ebrei erano
fondamentali all’economia fondiaria non solo per le loro
produzioni ma anche perché pagavano numerosi tributi.
Oltre a ciò, era necessario regolamentare le questioni
degli ebrei, abitanti nelle città. Perciò, Papa Gregorio
Magno, mediante un copioso numero di lettere inviato ai
rappresentanti del potere, propose diverse soluzioni
alle specifiche questioni poste dai vescovi, fornendo
alle comunità ebraiche alcune garanzie, per far in modo
che questi non abbandonassero i luoghi di residenza. Le
epistole che il pontefice indirizzò agli alti funzionari
siciliani, tra il 591 e il 598, affrontarono i problemi
degli ebrei residenti nelle maggiori città isolane, e le
questioni dei giudei, abitanti nelle terre boschive e in
quelle a destinazione agricola.
Il pontefice
naturalmente non mancò di sottolineare come gli ebrei in
materia di fede fossero in errore, ma egli auspicò per
loro un disegno di futura conversione, in sintonia con
le finalità di evangelizzazione cristiana. Essi
avrebbero dovuto abbracciare la nuova fede per
convinzione e non perché costretti con la forza.
Tuttavia, vista la difficoltà dell’impresa, qualche
incentivo era necessario: così, tutti gli ebrei disposti
alla conversione, avrebbero ottenuto una riduzione dei
tributi. Le agevolazioni economiche, infatti,
rappresentavano una forte spinta alla conversione degli
ebrei poveri, desiderosi di una vita dignitosa. Inoltre,
anche quando i giudei si trovavano in una posizione
giuridica a loro favorevole, in quanto “minoranza
eretica”, essi dovevano mantenere il contegno remissivo
dei colpevoli (l’atteggiamento dei “postulanti”) e fare
appello al papa; come nel caso di un ebreo, che saldato
il debito per un prestito, voleva riavere il bene dato
in garanzia.
Il dominio
arabo a Tauromenion
A seguito della
conquista araba, negli ultimi anni del secolo IX, i
bizantini si ritirarono quasi del tutto dall’isola; pur
se restavano alcuni luoghi, non ancora caduti nelle mani
dei nuovi dominatori. Taormina, fu uno degli ultimi
avamposti fortificati ad opporre una strenua resistenza,
ma nell’agosto 902 venne assoggettata dall’emiro
aghlabita Ibrahim: il quale poiché i cittadini
rifiutarono la resa, volle trucidarli e diede fuoco alla
città. Si narra anche che il conquistatore, giunto
innanzi a Procopio vescovo della città, gli avrebbe
intimato d’abbandonare la fede cristiana per aver salva
la sua vita e di quelli che restavano. Ma il vescovo,
conscio del significato di cedere ad una tale richiesta,
messosi a ridere, contestò l’emiro e la sua autorità; e
giunse finanche a dargli del demonio. Ibrahim, allora,
accecato dall’ira, diede l’ordine di cavare il cuore a
Procopio, mostrando la propria forza a chi avrebbe
voluto resistergli. L’episodio sulla tragica fine del
vescovo Procopio contiene un dato importante: sotto la
dominazione araba, il cristianesimo perderà il proprio
statuto di religione ufficiale.
Dopo la conquista
della città, Ibrahim non vi dimorò a lungo e lasciata la
ricostruzione nelle mani dei sopravvissuti, proseguì il
viaggio di conquista verso le coste calabre. La città
godette di un periodo di relativa tranquillità, fino a
che nel 962, fu sottoposta ad un nuovo assedio, in cui
ancora una volta, la popolazione pagò un prezzo
altissimo. Nuove uccisioni e nuove deportazioni di
cittadini, ridotti in schiavitù, segnarono il suo volto,
fino a farle perdere il suo antico nome, che fu cambiato
in Moezzia. Infine, dopo che gli ultimi fuochi
della resistenza si spensero a Rometta, nel 965, l’isola
tutta fu sotto il domino musulmano. Taormina, tuttavia,
non perse il ruolo di punto strategico per il controllo
orientale dell’isola e dagli arabi ebbe anche una
profonda impronta culturale e di costume; pur se, con il
trascorrere del tempo, questa impronta si mescolò con
gli usi e gli stili introdotti dalle successive
dominazioni. I nuovi dominatori, anzi, mostrarono di
possedere maggiore indulgenza rispetto agli stessi
bizantini. Di frequente, le istituzioni locali vennero
mantenute e sul piano religioso, le prescrizioni
musulmane non pregiudicarono la sopravvivenza né dei
cristiani, né degli ebrei. Chiamati dagli arabi
dhimmi, erano “i protetti dal patto” giuridico,
voluto dal califfo Omar I, ed avevano in comune il
Libro, la Bibbia.
Gli obblighi che
vincolavano ebrei e cristiani, erano per lo più di
natura fiscale. I dhimmi pagavano tasse più alte
rispetto ai musulmani, e tra queste, vi era la jizya,
o gesia, che permetteva al non musulmano di
godere dell’incolumità fisica, sia individuale che
collettiva. L’imposta gravava particolarmente sulle
classi agiate, ma subì una diminuzione con l’aumento dei
prezzi e della soglia reddituale. Oltre alla jizya,
i dhimmi, erano tenuti a pagare altre tasse come
l’ushr, l’imposta doganale sulle navi che
commerciavano con l’isola. Nonostante ciò, gli arabi
ebbero il merito d’aver applicato una lungimirante
politica economica, che permise il rifiorire delle
attività produttive e commerciali. Uno degli elementi di
questa politica, fu l’eliminazione dell’imposta sugli
animali da tiro, d’ostacolo all’incremento
dell’agricoltura e l’introduzione dell’imposta sulla
terra, che obbligava i dhimmi a non lasciare i
terreni improduttivi.
Si può dunque
supporre, che anche i dhimmi di Taormina
seguirono queste norme. Inoltre, data la presenza di
ebrei in città, e visti i legami con il mondo africano
del Nord, è plausibile che i rapporti economici,
commerciali e culturali con i musulmani fossero
costanti. Anche perché essi avevano il vantaggio,
rispetto ai cristiani, di conoscere l’arabo. La città,
del resto, era vicina alla costa e collegata anche alle
zone atte all’agricoltura e alla pastorizia. La sua
posizione incentivava gli spostamenti degli ebrei, via
mare e via terra, mettendoli in contatto con comunità
più numerose come quelle di Messina, Catania, Siracusa e
con centri minori, come Savoca. Una volta giunti ai
porti delle grandi città, i mercanti ebrei taorminesi
avranno gestito i loro affari con il resto del mondo
commerciale, fra cui si trovava il fiorente mercato
nordafricano.
In effetti, parte
della popolazione di Taormina venne risparmiata dagli
arabi, proprio per lasciar a questi, la possibilità
d’attuare la ripresa economica; e gli ebrei ebbero il
loro spazio all’interno di questa ripresa. Essi
possedevano competenze tecniche ed artigianali,
praticate dagli arabi ma ignote alla popolazione
cristiana; come i metodi di irrigazione e di coltura che
i musulmani introdussero nell’isola. Questi immisero
tecniche idrauliche persiane per la coltivazione dei
giardini, trasformando molte zone non degnamente
sfruttate, in un magnifico territorio agricolo. Con
l’uso delle gebbie (vasche per la raccolta
dell’acqua piovana, poste all’interno delle proprietà
agricole) e con il sistema delle saie (canali di
irrigazione, che ancora oggi si trovano in alcuni dei
nostri terreni), la piana di Tauromenion venne
coltivata a limoni ed aranci amari. Gli arabi
introdussero i semi di cotone e la canna da zucchero; i
gelsi e i bachi da seta, insieme al sommaco per conciare
e tingere. In altre zone della Sicilia, si coltivò la
palma da dattero, il pistacchio, il papiro ed il melone.
E poiché le terre di Taormina avevano campi coltivati a
grano, è probabile che anche qui, fu posta a semina una
nuova varietà di frumento. Gli ebrei, che lavoravano
facilmente il cotone, la seta e il lino, crearono una
solida industria: quella tessile. Il trattamento delle
fibre, la loro colorazione ed infine l’arte del ricamo
che gli ebrei praticavano da lungo tempo, attecchirono
anche a Taormina, nelle sue terre ed in quelle vicine. E
nel corso dei secoli, si fecero sempre più stretti i
rapporti tra Taormina e Messina per la lavorazione della
seta, visto pure il ruolo centrale che la comunità
ebraica messinese ricopriva nell’arte della lavorazione
di tessuti pregiati. Gli ebrei si affermarono nella
produzione e nella lavorazione del latte e del
formaggio, che con quella del vino e dell’olio
costituivano una buona fetta dell’economia delle varie
comunità. Infatti, nelle zone limitrofe alla città erano
allevate capre e pecore, e sin dai tempi dei romani, qui
veniva coltivata una vite, detta Euganea, che offriva un
vino eccellente, scomparso attorno alla seconda metà del
XIX secolo. Anche le piante d’ulivo, rigogliose per il
clima favorevole, permettevano agli ebrei di estrarre un
olio di qualità, usato per fini liturgici e presente
nella loro dieta alimentare. Tra le altre coltivazioni
ed attività introdotte dagli arabi e portate avanti
dagli ebrei, vi erano anche la coltivazione e la
lavorazione della pala di fico d’India usata per
ottenere fibre, utilizzate per costruire ceste; e l’arte
della lavorazione del legno. Il dhimmi comunque
oltre agli obblighi di tipo fiscale, era tenuto a
sottostare ad altri oneri, che rimarcavano la differenza
di “status” con i musulmani. Ad esempio, il musulmano
poteva contrarre matrimonio con una donna dhimmi
libera, ma non viceversa; e nel caso d’infrazione della
norma, era prevista anche la pena di morte. Il dhimmi
ebreo o cristiano, non poteva avere schiavi
musulmani, mentre il musulmano possedeva schiavitù
dhimmi, e se qualche ebreo contravveniva alla
regola, la giustizia araba chiudeva un occhio. Comunque
gli ebrei godevano di grande libertà nell’esercizio
delle loro attività artigianali e delle loro
professioni; e non erano costretti a vivere in
determinati luoghi. Ciascuna comunità aveva ampia
autonomia, e i dhimmi ebrei si trovavano in una
zona intermedia, tra musulmani e dhimmi
cristiani, in quanto giudicati dagli arabi più simili
per cultura e pensiero.
Lo statuto
degli ebrei dopo la fine del dominio arabo
Nel 1078, Ruggero il
normanno piegò l’araba Taormina; i saraceni, così,
vennero sconfitti e fatti prigionieri dopo aver opposto
una strenua resistenza ed esser rimasti a corto di
viveri. La società siciliana frattanto si avviava verso
la piena cristianizzazione; e con il veto alle pretese
degli scismatici bizantini, la chiesa romana accresceva
il proprio prestigio. Aumentava il divario tra la
popolazione a maggioranza cristiana e le altre minoranze
(in prevalenza musulmani e giudei). I normanni non
abolirono le forme politiche e sociali precedenti, ma le
assimilarono, rendendole più confacenti al proprio
mondo. Questa fusione comprese sia gli aspetti
economici, sia quelli artistici e culturali; e portò
all’introduzione del sistema feudale nell’isola.
Taormina, fu privata
della propria sede vescovile e venne aggregata alla
diocesi di Troina, centro urbano amato dal conte. La
città, si contrasse in una soluzione urbanistica di
tipo medievale. La sua antica cattedrale (la chiesa di
S. Francesco di Paola, dove avvenne l’eccidio del
vescovo Procopio per mano dei saraceni) perse via, via
d’importanza mentre si provvide a costruire una nuova
chiesa all’interno del nucleo cittadino: S. Nicola di
Bari, comunemente detta Duomo. Le varie attività sociali
ed economiche iniziarono a svolgersi nella piazza
antistante la cattedrale.
Nel rapporto con le
minoranze, i nuovi conquistatori conservarono talune
delle tassazioni introdotte dagli arabi e tra queste
rimase la gesiah: una buona fonte economica che
venne richiesta solo agli ebrei. Vi furono
trasformazioni anche nella sfera commerciale delle varie
comunità ebraiche. Con le crociate, infatti, le
tradizionali vie commerciali del Mediterraneo, furono
battute soprattutto dai conquistatori cristiani e il
commercio iniziò ad acquisire carattere locale e
isolano. Nel medioevo tardo, alle rotte commerciali
verso le coste africane e verso il bacino del
Mediterraneo, vennero preferite le vie interne
siciliane, consolidando notevolmente i legami tra le
varie comunità ebraiche. Nei centri minori, si fondarono
nuove giudecche, con alterni flussi migratori dalle
città più grandi (destinate all’incremento demografico)
verso quelle più piccole.
Gli ebrei, nonostante
l’arrivo dei nuovi dominatori, riuscirono a tenere
posizioni rilevanti nel tessuto economico isolano,
poiché eredi diretti degli arabi. Essi avevano
padronanza nell’uso della lingua araba come lingua
commerciale, erano i depositari della pratica di un
certo tipo di artigianato tessile, quale quello della
seta e del ricamo, e sapevano coltivare orti e giardini
secondo lo stile arabo. Gli ebrei, dunque sostituirono
gli arabi (che furono mandati via) e vennero
considerati Servi della Regia Camera:
ossia, proprietà dei vari regnanti, secondo lo schema
feudale. I re normanni ‘usavano’ gli ebrei e sfruttavano
gli utili che da essi ricavavano; ed avevano facoltà di
assegnare una determinata comunità ebraica ad un
“signore” da loro designato. Spesso era un vescovo
locale, sulle cui terre, la comunità risiedeva. Gli
ebrei andavano al feudatario, al pari di tutti gli altri
possedimenti reali, e questi, esercitava il diritto alla
riscossione dei tributi sulle attività e su alcuni
prodotti. Fatto salvo per la proprietà delle terre,
degli ebrei e di alcuni minerali, che era sempre e solo
del re. Questo speciale statuto degli ebrei, ricevette
nuove caratterizzazioni sotto il regno di Federico II.
Egli seguì la volontà papale per ciò che riguardava i
doveri degli ebrei e dopo il Quarto Concilio Laterano
del 1215, presieduto da Papa Innocenzo III, dove fu
sancito che gli ebrei dovevano indossare un
abbigliamento particolare per “distinguerli” dai
cristiani, nel 1221, promulgò una legge, in cui si
comandava agli ebrei e alle prostitute, di indossare
abiti distintivi in pubblico, in modo da consentire il
loro riconoscimento. Agli ebrei fu posto anche il
divieto di tagliare la barba.
Federico II adottò le
medesime regole della Chiesa, per ribadire la propria
autorità sugli ebrei, e non lasciare un vuoto giuridico
che consentisse al Pontefice di esercitare indebite
ingerenze nel suo regno. Gli ebrei, obbligati a non
poter ricoprire cariche pubbliche, avevano facoltà di
seguire i propri affari, che garantivano enormi benefici
anche per le casse reali. Inoltre, il controllo diretto
sulle attività ebraiche, dava all’imperatore ampio
margine di controllo sul potere dei vescovi locali.
Poiché Servi della Regia Camera, gli ebrei erano
Instrumentum Regni, cosicché anche la professione
esercitata non apparteneva loro, ma al re. Del resto, in
quanto “bene reale”, essi venivano autorizzati ad
entrare nel palazzo reale, per intrattenere la corte con
nozioni di astronomia, filosofia e medicina.
E la città di
Taormina, inclusa tra i centri del Vallo di Demone
(classificazione introdotta dagli arabi e mantenuta dai
Normanni), fece parte del demanio reale, nel senso che
fu città regia con privilegi e prerogative concessi
direttamente dal re. Godeva di un vasto territorio,
venerava il santo patrono, Pancrazio di Antiochia e
possedeva il castello per ospitare il Capitano del Re e
il palazzo di città. Infine, poiché era città demaniale,
si fregiava di un titolo che il monarca le assegnava per
meriti speciali: Taormina era Notabilis, poteva
esser designata per ospitare il Parlamento, come accadde
per quello convocato dalla regina Bianca di Navarra nel
1410.

La comunità
ebraica di Taormina nel XV secolo
A seguito
della Guerra del Vespro e con la disfatta degli
Angioini, la Sicilia cadde sotto l’influenza aragonese.
E le differenze tra ebrei e cristiani andarono
maggiormente dilatandosi. L’introduzione di un corpus
giuridico dei diritti degli ebrei siciliani, trovò
massima realizzazione con l’emanazione dei “Capitula”
di Alfonso d’Aragona, detto “il Magnanimo”, rimasto
in vigore sino all’espulsione del 1492. Tali leggi
ruotavano attorno al principio, secondo cui gli ebrei in
quanto Servi della Regia Camera, erano soggetti
alla giurisdizione del re. Principio questo, introdotto
dai sovrani normanni e mantenuto nei secoli successivi.
Nella legislazione alfonsina, infatti, rimase inalterato
il concetto per cui gli ebrei e i loro beni
appartenevano al sovrano e tutto ciò che coinvolgeva le
loro comunità, era di esclusiva pertinenza della “regia
maestà”. I giudei delle singole località erano soggetti
agli ufficiali di governo, detti Segreti: questi
potevano trattare cause che non prevedevano né la pena
di morte, né la mutilazione degli arti e avevano facoltà
di comminare pene pecuniarie, non superiori alle quattro
once. Per le questioni eccedenti questi limiti, il
magistrato designato era invece, il Magister Secretus
del Regno, residente nella città di Palermo. Nei “Capitula”
era anche previsto che gli ebrei non dovessero essere
costretti a seguire le festività cristiane, ed essere
lasciati liberi di professare la loro religione
pubblicamente. Essi erano liberi di esercitare le
professioni e le arti, tranne che per l’obbligo
d’astenersi dal lavoro durante la celebrazione delle
messe, e nei periodi santificati. In tal caso, dovevano
svolgere le loro occupazioni con discrezione (mantenendo
le porte chiuse e le finestre aperte a metà) per non
recar disturbo ai fedeli cristiani. I giudei dovevano
essere lasciati liberi di risiedere nelle loro case e
godevano del diritto di spostarsi da un luogo all’altro
per svolgere i loro affari e le loro attività, fra cui
il commercio e l’arte della medicina. Gli ebrei del
Regno potevano esser proprietari di beni mobili e
immobili e su questi, potevano esercitare il diritto di
compravendita, avendo facoltà di possedere schiavi,
purché di religione non cristiana. Alfonso lasciò gli
ebrei, liberi di vestire more judaico per cui
essi avevano facoltà d’indossare i costumi, i segni e
gli ornamenti della tradizione; inoltre, venne
accantonato l’obbligo di portare la “rotella rossa”
sugli abiti. L’intendimento del sovrano era quello di
favorire l’economia e lo sviluppo nelle terre del Regno
poiché gli ebrei, presenti in quasi tutti i settori
produttivi, erano considerati una risorsa da proteggere
e tenere sotto controllo.
Sulla comunità
ebraica di Taormina, in questo periodo, le fonti
dimostrano che già nel 1415, durante il regno di
Ferdinando I d’Aragona, questa aveva assunto notevole
importanza in seno al panorama delle comunità isolane.
Si trattava di una delle 52 comunità presenti in Sicilia
e al momento dell’espulsione del 1492, al suo interno
erano presenti 37 fuochi (famiglie) composti da cinque o
sei persone per nucleo abitativo, per un totale di 222
anime; la presenza ebraica era dunque attestabile al 4%.
Ancora oggi, tra le strade, è presente un Vico Degli
Ebrei, una Traversa Degli Ebrei e una Via
Del Ghetto; inoltre, alcune stelle ebraiche, sono
visibili sulla facciata di Palazzo dei Giurati,
sede del Municipio di Taormina. La giudecca, era
infatti localizzata nella zona ad Ovest della
cattedrale, confinante con Piazza Duomo, il Corso
Umberto I e l’antica Piazza del Tocco, alle spalle del
Palazzo dei Duchi Di S. Stefano. Naturalmente è
plausibile, che i confini del quartiere ebraico si
estendessero ben oltre Via Damiano Rosso, poiché la
giudecca di Taormina era posta nella zona tra Porta
Catania e Piazza Duomo, all’interno del borgo cittadino.
Il quartiere quindi si trovava ad essere concentrato
vicino alle mura ed alle vie d’uscita cittadine, dove
sono ancora presenti diverse fonti d’acqua. La giudecca
perciò era espressione della Aliama: la comunità
etnica e religiosa. All’interno della comunità, l’ebreo
realizzava la propria identità ed appartenenza al
gruppo. La giudecca aveva i propri amministratori, che
si occupavano del bilancio della comunità, della
riscossione delle imposte; e lo svolgimento
dell’attività giudiziaria avveniva per il tramite di
giudici ebrei. Nella comunità, erano garantiti servizi
essenziali, quali la scuola, l’ospedale, il cimitero, il
macello e l’assistenza ai poveri; oltre naturalmente, al
culto religioso. Gli amministratori della giudecca, i
Proti, ne costituivano l’esecutivo, con un
ruolo simile a quello svolto dai Giurati nella comunità
cristiana. Si riunivano in Consiglio, erano eletti
annualmente in numero massimo di 12, con delega affidata
a tre proti per volta, che a turno durante il loro
mandato gestivano l’amministrazione della comunità. Ma
ciascuna giudecca in piena autonomia, adattava alle
proprie esigenze amministrative, il numero dei suoi
amministratori interni, per cui ad esempio, il numero
dei Proti taorminesi era di 6, vista anche la
consistenza medio - bassa della comunità ebraica locale.
Comunque, per ciò che comprendeva gli aspetti fiscali e
tributari, sia la realtà ebraica che quella cristiana
erano soggette all’autorità dei giurati cittadini, in
veste di rappresentanti del re. La Miskita
(termine di derivazione araba per indicare la
Sinagoga) era il fulcro della vita comunitaria, e il
luogo dove si riuniva il Consiglio. I Proti,
venivano eletti nella sinagoga ed era necessario essere
autorizzati per spostare la sede del Consiglio.
Nella casa di preghiera, innanzi all’assemblea, erano
ricevuti gli ufficiali regi e qui, venivano lette le
ordinanze dei poteri pubblici. Sempre all’interno della
sinagoga, si risolvevano le discordie familiari e i
problemi dei membri della comunità. Nei centri più
piccoli, la sinagoga si confondeva con le abitazioni
circostanti, con una facciata semplice con poche
aperture, l’entrata posta su un lato secondario per non
dar troppo nell’occhio. Essa poteva essere dotata di una
serie di costruzioni annesse: come il bagno rituale, la
scuola (quando questa non era ospitata al suo interno),
il fondaco per accogliere i viaggiatori ebrei e la
camera mortuaria. Nei centri più grandi, era prevista
anche la presenza dell’ospedale. Lontano e in zona
decentrata, erano siti il cimitero e il macello.
Relativamente alla comunità di Taormina, le fonti in
nostro possesso e l’assenza di resti archeologici del
sito, non consentono di dar per certa l’esistenza di
tutti gli edifici che sono soliti sorgere nel quartiere
ebraico, anche se a parte il macello (che poteva
trovarsi in una comunità vicina) e l’ospedale, è assai
probabile che questa, vista l’importanza di cui godeva,
avesse i servizi fondamentali per il corretto
svolgimento del quotidiano; inoltre, è attestato da
diversi documenti, che la comunità aveva sia la sinagoga
che il cimitero. Certamente, per un insediamento ebraico
degno di tal nome, era davvero irrinunciabile aver la
conferma di poter possedere una sinagoga ed un cimitero
per la sepoltura dei morti. La fondazione stessa della
comunità era valida, solo se entrambi questi luoghi
erano individuabili (ma lo stesso può dirsi anche della
comunità cristiana, dove la chiesa e il cimitero sono
essenziali per la sua reale esistenza). La presenza
della sinagoga di Taormina, viene confermata anche da
un’iscrizione araba, trovata a Messina e risalente al
1450, da cui s’apprende di una donazione, in favore
della sinagoga di Taormina e in favore della sinagoga di
Messina, consistente in 3 cafisi (47 litri) d’olio, da
parte di una certa Azaria de Minisci. E ancora il Di
Giovanni, scrive che la sinagoga di Taormina, si trovava
nei pressi del convento di S. Domenico (oggi hotel di
lusso), non lontano da piazza Duomo, fuori dalle
antiche mura cittadine. A supporto di ciò, esiste una
tradizione orale tramandata dai cittadini, che vuole la
sinagoga edificata nel luogo ove attualmente si trova il
commissariato di Polizia; mentre secondo un’altra, essa
era ubicata nella zona delle Piazzette Paladini e
Garibaldi. Entrambi questi luoghi, si trovano sempre
nelle vicinanze dell’ex Convento di S. Domenico.
Tuttavia, poiché è documentata anche la prossimità del
cimitero alla sinagoga, azzardiamo l’ipotesi che essa
fosse posta un poco più in alto, vicino al burrone S.
Domenico, nei pressi della chiesa di S. Michele, e poco
distante dall’ex Convento. Secondo le cronache
del tempo, i padri domenicani si rivolsero ai loro
superiori, perché distratti nello svolgimento degli
uffici religiosi, proprio a causa della vicinanza con la
sinagoga e del cimitero ebraici; sicché il pontefice fu
costretto ad intercedere per essi presso il re, affinché
questi ordinasse lo spostamento sia della sinagoga, che
del luogo per la sepoltura. Di questi fatti, narra, la
lettera che Papa Callisto III inviò a re Alfonso “il
Magnanimo”, il 24 Ottobre 1455. La vicenda venne
risolta per mezzo di un Diploma emanato dal re, il 31
Dicembre 1456, e sia la sinagoga che il cimitero ebraico
furono spostate. La comunità perciò dovette trovare un
nuovo luogo nelle vicinanze della Giudecca e in
prossimità di una porta d’accesso, per trovar soluzione
agli eventuali problemi di ordine pratico e di sicurezza
che avrebbero potuto compromettere il corretto svolgersi
dei riti. Infatti, il luogo di preghiera, così come
quello di sepoltura, dovevano essere agevolmente
raggiungibili attraverso porte d’uscita secondarie, in
modo da poter raggiungere il cimitero in maniera
discreta. Tale precauzione si rendeva necessaria, poiché
erano in aumento gli atti di intolleranza nei confronti
dei riti e delle pratiche religiose ebraiche; e di
frequente, i cristiani più intolleranti prendevano di
mira proprio i cortei funebri. Inoltre, lo Zimbicteri,
il cimitero ebraico, pur se nelle vicinanze
dell’edificio sinagogale, doveva comunque rispettare i
limiti imposti dalla legge e distare 58 metri dalla
cinta muraria cittadina. Eppure, la vicinanza ai
quartieri cristiani e agli edifici religiosi quali il
Duomo, la chiesa di origine normanna dedicata al culto
di S. Michele e persino al convento di S. Domenico,
indicano la tendenza della comunità ebraica a volersi
raggruppare “in un quartiere”, senza però privarsi dei
rapporti con la comunità cristiana. Non si dimentichi
infatti che giudei e cristiani erano fieramente legati
al loro “esser siciliani”. Per ciò che invece
concerne il rito ebraico e tutte le sue varie
manifestazioni, esso si fondava su norme religiose che
ne formavano l’ossatura etica, ed avevano anche valore
di norme igieniche: come era per il bagno rituale,
struttura prevista in ogni comunità e che comprendeva,
sia le giudecche più grandi, che quelle di minore
importanza. Il bagno rituale doveva essere ubicato nei
pressi di una sorgente, affinché lo scorrimento continuo
dell’acqua garantisse una corretta pratica igienica. E
il quartiere ebraico di Taormina si trovava in
prossimità di diverse fonti d’acqua. Riguardo
all’esistenza del luogo preposto alla macellazione delle
carni secondo il costume giudaico, non si hanno notizie;
tuttavia, il macello poteva essere in una località
vicina oppure posto anch’esso, fuori le mura della
città.
Dagli studi sin qui
condotti, sull’organizzazione e sulla struttura della
comunità ebraica di Taormina, si è registrato anche che
nella zona del val Demone, tra le attività professionali
di alto livello svolte dai giudei, erano annoverate le
arti mediche, quelle degli speziali ed il commercio. E,
vista la centralità e il facile accesso alle vie di
collegamento di cui godeva la Città demaniale assieme
alle sue terre, ciò non stupisce. Il medico e lo
speziale (quest’ultimo può essere considerato l’antenato
del farmacista) erano professioni d’eccellenza, che
consentivano di godere di un buon prestigio sociale. I
medici ebrei avevano grande fama, in quanto interpreti
diretti della medicina greca ed araba; sicché anche i
cristiani più facoltosi si affidavano alle loro cure.
Come già trattato in precedenza, gli ebrei di Taormina
che svolgevano le attività agricole e di vendita dei
prodotti lavorati, conoscevano l’eccellenza delle vigne
del posto (vi si produceva un buon vino, apprezzato sin
dall’epoca romana ed elogiato dallo stesso Cicerone) ed
erano abili nella lavorazione delle olive e
nell’ottenimento dell’olio, che insieme al consumo di
carni (montone e manzo ma anche agnello e pollame)
faceva, per l’appunto, parte della loro dieta
alimentare, insieme al consumo di formaggio. Vi era pure
l’abitudine di fare il pane in casa per poi rivenderlo;
tale pratica era assai diffusa nella zona. E le donne
che giungevano dalle campagne vicine per vendere il
pane, lo consegnavano a domicilio mentre più
anticamente, la vendita avveniva nelle piazze del paese.
Altro esempio di attività svolta dai giudei, era la
lavorazione del corallo; e spesso, gli artigiani ebrei
venivano impiegati presso le botteghe cristiane per
fornire la propria abilità tecnica. Orbene, se si
considera che a Taormina la lavorazione del corallo
unita all’arte orafa, era una tecnica artigianale molto
antica, allora si potrà supporre, che essa sia stata in
parte, ereditata dalla comunità ebraica. Ma le medesime
argomentazioni valgono per le altre tecniche artigianali
(oggi del tutto scomparse) quali, la tintura delle
stoffe e la tessitura della seta. Sono note, infatti, le
vette raggiunte in questo settore dagli ebrei messinesi,
ma lo stesso si può dire degli ebrei delle terre di
Taormina. Vi erano contadini-allevatori di bachi da seta
ed è plausibile che gli artigiani ebrei, acquistata la
seta grezza da questi, si occupassero della lavorazione
del materiale, servendosi di tecniche particolari, allo
scopo di ottenere filati e tessuti di gran pregio.
Infine, fra i vari mestieri della Taormina medievale
ebraica, continuava ad esser praticata la lavorazione
del ferro, del cuoio e delle pelli; così anche la
lavorazione e l’intaglio del legno, che vedeva impegnati
diversi maestri ebanisti. Un significativo contributo, a
supporto della nostra indagine, ci è stato offerto
dall’analisi di un campione di cognomi di origine
ebraica, in cui si sono ritrovati anche dei Ferrari
e degli Orefice.

La comunità
ebraica di Taormina e gli episodi d’intolleranza
Durante tutto il
secolo XV, gli atti d’intolleranza nei confronti dei
giudei andarono intensificandosi (si ricordi tra tutti,
l’eccidio del 1474 nella contea di Modica) e con
l’avvicinarsi della fine del secolo, oramai la società
cristiana considerava gli ebrei, una minoranza da tenere
sotto il controllo delle autorità dato che il loro
credo, ritenuto errato e blasfemo, avrebbe potuto
nuocere all’integrità della stessa. Nella settimana di
Pasqua del 1455, diversi mesi prima della segnalazione
da parte dei padri domenicani, riguardo al fastidio
arrecato dai riti che si svolgevano nella vicina
sinagoga, i cittadini di Taormina, si scagliarono contro
gli ebrei (ritenuti responsabili della crocifissione di
Gesù) e penetrati nella Giudecca con tanto di spade,
danneggiarono la Sinagoga e diverse abitazioni, che
furono per giunta saccheggiate, con il manifesto intento
di mandare in rovina l’intera comunità. I giudei allora
denunciarono il gravissimo episodio all’Arcivescovo di
Palermo Simone Bologna, in qualità di Presidente del
regno. L’alto prelato per ristabilire l’ordine, provvide
ad inviare a Taormina, il commissario Sanzio Marrella
affinché in accordo con il Capitano di città procedesse
all’individuazione dei responsabili ed al loro immediato
giudizio. Ma l’episodio succitato, avrebbe potuto
benissimo essere evitato, poiché durante le festività
cristiane, per gli ebrei era in vigore un provvedimento,
che avrebbe dovuto proteggerli dagli attacchi dei
facinorosi. Però accadeva che gli ufficiali e i giurati
preposti alla tutela dei diritti degli ebrei, abusassero
del loro potere per vessare le comunità con la richiesta
di esose tassazioni. Sempre a Taormina nel 1478 e nel
1480, l’autorità vice regia dovette intervenire a
seguito di una denuncia della comunità ebraica contro
gli amministratori cittadini. La pretesa di ingenti
somme di denaro per la difesa degli ebrei, però
riceveva supporto da una legge che prevedeva, per
l’appunto, nei periodi più critici, come ad esempio nei
giorni della settimana santa, la tutela da parte delle
forze di polizia, a patto che le spese per la protezione
fossero sostenute dalle comunità. E gli ufficiali, una
volta accertato di aver ricevuto l’incarico, facevano sì
di svolgerlo in modo superficiale, per piegare i giudei
al ricatto. Sempre a Taormina, nel marzo 1485, la
comunità ebraica denunziò la malversazione da parte di
un ufficiale che si era rifiutato di svolgere l’incarico
ricevuto, pretendendo una somma superiore a quella
concordata. C’è da dire anche, che secondo le norme
all’epoca vigenti, i giudei erano obbligati a star
chiusi in casa, con le porte serrate e le finestre
socchiuse. In particolare, nei giorni del giovedì, del
venerdì e del sabato della Pasqua cristiana, non
potevano svolgere attività di lavoro all’esterno delle
loro dimore. Tuttavia, nonostante le autorità provassero
a far rispettare l’ordine pubblico, ciò non impediva ai
cristiani di entrare nei quartieri ebraici e lanciare
sassi contro le case, colpendo porte, finestre, tetti, e
persino chi vi abitava. La pratica nominata “sassaiola
santa” era in uso anche in Umbria. Questi atti
oltraggiosi, indirizzati alle comunità ebraiche,
trovavano la loro legittimazione anche nell’incremento
della predicazione antisemitica dei frati Molti di
questi predicatori, erano dei frati itineranti che
spostandosi di continuo, fomentavano l’odio e il
disprezzo contro i giudei. Lo stesso re, Alfonso “il
Magnanimo”, preoccupato dagli esiti nefasti creati dal
dilagante fenomeno della predicazione fratesca, decise
di emanare un privilegio in favore degli ebrei di
Sicilia, datato agosto 1453, in cui autorizzava le
autorità ecclesiastiche e quelle secolari ad intervenire
in maniera risoluta contro la predicazione antisemita
dei frati. Una denuncia particolare, venne fatta di
nuovo dalla comunità ebraica taorminese, nel novembre
1487. Ma stavolta, l’accusa era rivolta contro il
castellano della città. Le fonti riportano la notizia
che questi, aveva obbligato gli ebrei all’umile servizio
di scopatura della fortezza. Ma tale servizio era
obbligatorio, solo se a richiederlo era il re in
persona; poiché il castello e gli ebrei erano suoi beni.
Dunque, se il sovrano non era presente, allora per gli
ebrei, il vincolo non sussisteva.
Trascorsi altri
cinque anni, il 31 marzo 1492, a Granada, veniva firmato
l’editto di espulsione che costringeva tutti gli ebrei
dei regni spagnoli ad abbandonare le loro case e la loro
terra. E negli atti emanati dalla corte vice regia, era
spesso citata anche la comunità ebraica di Taormina che,
così come le sue consorelle, si sottopose all’ordine di
espulsione. Il processo di unificazione del regno già
avviato e protetto dal principio per cui “ubi unus
rex, ibi una religio”, aveva quindi gettato le basi
per la formazione dello stato moderno.

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